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Tutti pazzi per il Pádel.
Lo sport nato per caso

Roma, Estate 2015 – Se negli anni ’90 – in una nota commedia americana – erano ‘ tutti pazzi per Mary’, oggi la pazzia è per il Pádel, sport nato per assenza di spazio – dunque per errore – negli anni ‘70 in Messico, a metà tra il tennis, lo squash e il racquetball. Le regole sono le stesse del tennis, si gioca in quattro, su un campo con dimensioni molto più ridotte (20 metri per 10) che può essere out o indoor.

A delimitarlo una rete e pareti trasparenti laterali – e a fondocampo – che vengono utilizzate nel gioco. Se la pallina – che è quella del tennis, ma se ne utilizzano anche di più leggere, – rimbalza può essere infatti respinta con la racchetta – che invece è più piccola, non incordata e a piatto pieno con forellini.

Uno sport nuovo, che «si impara con facilità e in tempi brevi» come affermano i fratelli Pupillo – numeri 1 della classifica federale della Fit Paddle e componenti della nazionale italiana – in una recente intervista al nuovo portale dedicato ai Pádel maniaci.

In origine si chiamava Paddle (pagaia), la sua successiva diffusione in Argentina e in Spagna ne storpiò il nome in ‘Pádel’ che non significa nulla. Per gli appassionati in Italia – e in particolare a Roma – sta invece significando molto: nei ritagli di tempo libero (uso il plurale perché chi scrive si considera un’autentica invasata) ci concentriamo a prenotare campi, e a organizzare partite anche con gente mai vista e conosciuta. Il tutto per mezzo di chat – dal numero oramai indefinito – in cui si accavallano messaggi che a lungo andare potrebbero divenire fonte di sospetto agli occhi del/della partner considerate la quantità, la frequenza e la continuità (non c’è giorno e ora infatti di ‘pausa’ nel lanciare sfide e cercare avversari che poi non sono così facili da trovare).

Di fatto, appena possiamo scappiamo a giocare, magari uscendo qualche minuto prima – o arrivando qualche minuto dopo – dalla sede di lavoro per essere puntuali e pronti a varcare la soglia metallica del campo, al cui ingresso si lasciano sospesi problemi quotidiani e preoccupazioni. Una volta entrati in campo, la scatola a cielo aperto comincia ad assumere le sembianze di una gabbia, e la partita – quando la pallina gialla comincia a muoversi, senza mai morire, – sembra trasformarsi in un autentico combattimento. La concentrazione si focalizza sulla possibilità di creare il gioco con lo sviluppo della corsa della pallina che dal vetro rimbalza, creando prospettive sempre nuove e diverse dalle precedenti. Novanta minuti che scorrono veloci, senza pause, né distrazioni. Che scaricano tensioni, catapultano in una dimensione di quasi ‘trance’, e pongono come obiettivo – sì il partecipare – ma soprattutto quello di vincere e perfezionare la propria performance. Al termine della sfida la domanda ricorrente è sempre una sola: quando rigiochiamo?

Silvia Sequi 
(LaSequi)